Working people
Eventi-news
Trieste tascabile

Fuoric'entro e il ponte con la Bosnia ed Herzegovina

Pubblicata il 26/11/2012 10:26

Lo sport, come il viaggio, aiuta le persone a dimenticare le frontiere e le differenze. Raggruppa le persone attraverso un codice comune, è in grado di abbattere tutti quei muri eretti dall’essere umano in nome dell’identità etnica, storica e linguistica. Muri della mente, ostacoli che troppe volte sono sfociati in sanguinose guerre. Lo sport come strumento di pace, per la pace e il dialogo.

 

“Costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. Dice così la fondazione Alexander Langer di Bolzano sul proprio sito web. Ed è così che ci sentiamo noi della Polisportiva Fuoric’entro dopo la nostra avventura a Tuzla, Sarajevo e Srebrenica in Bosnia ed Herzegovina a fine settembre di questo caotico e confuso anno 2012. L’anno, per intenderci, della crisi globale e della profezia Maya.

Ma il mondo non finirà, salvo per qualche folle mano in grado di innescare le oltre 200.000 testate nucleari sparpagliate nel nostro confuso mondo globalizzato e noi, membri di questa neanche tanto piccola ONG triestina, vorremmo essere testimoni e attori di un’inversione di rotta in nome del dialogo, dell’inclusione, del ripudio della guerra e della violenza. 

Vi raccontiamo in breve come sono andate le cose. 

Siamo stati invitati dall’ONG Tuzlanska Amica, una organizzazione nata nel periodo della guerra per supportare le donne vittime delle violenze del conflitto. Oggi l’associazione non aiuta solo le donne, ma anche bambini e adolescenti e collabora con l’ONG Adopt Srebrenica con lo scopo di creare un movimento per la verità e la giustizia sul tragico genocidio perpetrato nella città di confine tra Serbia e Bosnia.

Tuzlanska Amica è stata fondata e ancora oggi è diretta dalla psichiatra Irfanka (Franca) Pasagic, classe 1953 e profuga proprio di Srebrenica.

La carovana triestina, composta da 12 membri, è giunta nella sede con largo anticipo il 26 settembre alle ore 6.30 del mattino dopo un lungo viaggio in notturna. Le otto ore di strade buie e i tre confini non sono stati però ostacoli del cammino ma occasione per ridere, scherzare e giocare sui più svariati campi dello scibile umano: l’eventualità del sottoscritto di rimanere in terra di nessuno poiché munito di carta d’identità semi scaduta, blocchi polizieschi, mappe stradali ante-guerra, potenziali gaffe politiche. E poi assurdità dei confini, decibel decisamente alti di alcuni membri della comitiva, giochi dialettici sull’ignoto che allora ci stava aspettando.

Alle 8.00 di mattina ci accoglie la psichiatra Franca assieme ad alcuni membri dell’ONG ed è già da subito occasione di scambio di esperienze. Consapevole delle nostre stanchezze psicofisiche, Franca non si addentra in discorsi troppo complessi nonostante la nostra curiosità. Ci offrono del caffè, fumiamo qualche sigaretta poi tutti a casa a riposarci. 

Nel pomeriggio incontro informale di presentazione delle due realtà, poi tutti liberi per la cena.

Il giorno seguente è la volta dell’associazione Phenix, in nome della fenice che risorge dalle ceneri. Proprio come delle fenici i malati psichici o presunti tali cercano fiducia ed emancipazione in una società che corre al ritmo del vento verso mete talvolta incomprensibili. Phenix è un centro per la salute mentale gestito da utenti supportati da figure professionali come psicologi e assistenti sociali.

La cosa incredibile è che le figure professionali sono solo un supporto per la realizzazione dei progetti che invece vengono inventati proprio dagli utenti. Il Phenix è una villetta molto graziosa, una casa confortevole che ti accoglie e mette a tuo agio arricchita dalle opere artistiche di uno dei frequentatori. Ognuna delle persone che ci hanno accolto ha raccontato la propria esperienza. Il filo conduttore è che una volta entrati in questa realtà nessuno ha più avuto grossi problemi, in sostanza non hanno più avuto bisogno di aiuti psichiatrici. Il lavoro (è presente anche una falegnameria) li ha aiutati a trovare una dimensione emancipante, il poter inventare, creare, costruire ha dato loro l’opportunità di ri-appropriarsi delle rispettive vite, molte delle quali turbate dai terribili danni della guerra.

Per Fuoric’entro si è trattata di una grande esperienza e ognuno di noi ha partecipato attivamente all’incontro prodigandosi nel proporre idee e ponendo domande sulle questioni della salute mentale in Bosnia.

Dopo la visita alla Phenix siamo stati portati in un parco dove sono stati seppelliti i 75 corpi di ragazzi e ragazze uccisi a Tuzla da una granata lanciata dalle truppe di Mladic e proveniente da una delle montagne che circondano la città. 

Nel pomeriggio, dopo una breve visita al campo profughi, si è svolta la partita di basket tra Fuoric’entro e un gruppo di ragazzi della Tuzlanska Amica. Si è trattato di un incontro molto impegnativo vista l’enorme differenza d’età e di prestanza fisica. Le età medie erano di 16/17 anni contro i circa 40 di Fuoric’entro. Vittoria netta dei bosniaci ma alla fine tutti contenti. 

Venerdì visita a Sarajevo. Città inaspettatamente splendida. Certo, poche ore non consentono di comprendere tutto ciò che c’è tra le righe di una grande città, ma il centro storico, le cattedrali e le moschee hanno dato l’impressione di aver finalmente trovato un equilibrio dopo tante sofferenze.

Sabato, invece, il programma ha previsto la visita a Srebrenica e al monumento per la memoria del genocidio. La cittadina è situata nei pressi del confine tra Serbia e Bosnia ed ha subito danni incalcolabili a causa della guerra. L’11 luglio 1995 vennero deportate e massacrate circa 8.000 persone, tutti musulmani. 

La visita a Srebrenica ha scosso tutti noi. Sentire la sofferenza, toccare con mano i danni provocati da un conflitto così recente, dà un senso d’impotenza e incredulità. Come possono degli uomini generare tanto odio e tanta pena? Cosa possiamo fare?

Come ci ha detto un ragazzo orfano membro dell’organizzazione Adopt Srebrenica, possiamo fare molto con poco: parlare, raccontare, informare le persone sui danni e l’inferno che genera l’odio. Possiamo, dovremmo, promuovere il dialogo e il reciproco rispetto nella risoluzione delle controversie, promuovere l’educazione ai diritti umani, l’educazione in genere. 

Fino a quando ci preoccuperemo solo del nostro punto di vista e non ci sforzeremo di comprendere l’altro, fino a quando non accetteremo anche le contraddizioni che fanno parte dell’altro, fino a quando non la smetteremo di voler egemonizzare l’altro con il nostro punto di vista, non troveremo pace, né per noi, né per il fantomatico “altro”. 

Inutile dire che per noi Srebrenica è stata importante anche se portatrice di non pochi shock emotivi, ma vorrei concludere con una riflessione sul viaggio e sul suo potere terapeutico non solo per coloro che stanno vivendo momenti di difficoltà. Ricordo di questa esperienza le risate e la capacità del gruppo di sviluppare un senso comune del viaggio (seppur per molti era la prima volta assieme), ricordo gli abbracci e gli arrivederci finali, la sensazione di tutti di aver vissuto come in una famiglia con piccoli momenti di crisi risolti alla grande grazie ad ognuno di noi e tanti momenti esilaranti, momenti di impegno civico e riflessione. Si è trattato di un viaggio a tutto tondo. Non di una vacanza. Un viaggio da cui ognuno ha trovato il tempo per riflettere su se stesso, sull’altro, sul mondo. 

Grazie a tutti, belli e brutti, per avermi arricchito così tanto.   

Federico Scarpa