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Trieste tascabile

Con Marco Cavallo nel Paese delle Meraviglie di plastica (ECO_logica)

Pubblicata il 04/10/2012 11:35
Luogo evento: Trieste - 08/09/2012 18:00

Articolo in forma letteraria sul festival sostenibile Marco Cavallo ECO_logico 2012

TRIESTE, 8 settembre 2012. «Marta, non toccare!», esorta la più grande delle due ragazzine che si chiama Laura, devono essere sorelle. Come non toccarlo il braccialetto di fili conduttori elettrici variopinti della Winx marziana? Come non smanettare il gancio di tappi di Cocacola sulla borsa a tracolla che sembra la Missoni marocchina della mamma, per vedere se si apre, se dentro ci stanno i quaderni di scuola o se è invece un cubo («parallelepipedo, Marta, non cubo») di floppy disk rossi blu gialli e verdi tipo il dado di Rubik che papà classe 1969, quel Flinstone, conserva nel cassetto, in ricordo dei bei tempi liceali? Come non affondare il dito nel pompon di meduse gelatinose con sopra appiccicate quelle alghe che pizzicano («si chiamano nastri magnetici, Marta»), e pinzare la ciocca ribelle con quel buffo codice a barra verde uscito da Matrix, «ma sì, dai, quel dvd palloso che gli zii ci hanno regalato a Natale»?

Impossibile, rispondono un paio di pupille spalancate a barilotto, da Alice nel paese delle meraviglie… di plastica. Riciclata; di più, resuscitata. Come tutto in questo sabato otto settembre - otto che in ideogrammi giapponesi sta per “aprire”, quassù nello Spazio rosa in cima a San Giovanni. La collina del santo che protegge le “Anime Decollate”, le abbandonate e dimenticate, e della pianta dal fiore giallo e lui intestata che ne cura gli affanni, i malanni, i danni di un mondo troppo piccolo per chi vive di sogni. E nessun libro sacro o profano a spiegarli, insegnare che non sono altro che segni, indizi, abbozzi delle “non ancora deste intenzioni di Dio”, che si chiami Yahweh, Manitù o Budda auto emancipato, risvegliato al Grande Io.

Quassù sulla collina, dove un cavallino azzurro a dondolo, prodigioso proprio come la mela rosicchiata sull’Apple bianco che lo proietta sul muro grigio, dà il via al Festival sostenibile Marco Cavallo ECO_logico (dal greco ôikos, casa e lógos, discorso), edizione zero. Allestito in onore del suo nonno o magari bisnonno, quattro zampe come lui, che in altri tempi - quando si credeva che la gabbia di matti-mondo la si potesse disciplinare in un ordinato casermone murato sul mare - trasportava i panni sporchi delle Anime Decollate internate e, più tardi, fattosi di cartapesta color orizzonte, i loro sogni. In volo libero, finalmente.

Come questo festival, che mantiene le promesse elencate a gran voce sul flyer verdeprato, in ingegnoso contrasto cromatico con il blucielo del quadrupede a dondolo - terreno propizio per adagiarci un seme di domani sostenibile per tutti. I matti “per bon” e quelli che a guardarli da vicino così normali non sono; gli spaiati e i più o meno felicemente accoppiati, con e senza bambini; gli erbivori che vanno avanti a orzo, farro&birra e i carnivori che attaccano la polpetta stipata di pirotecniche spezie «folcloristiche» - dice uno, testa pelata e dita unte di patatine Pai portate da casa. Mentre un’altra, pantalone con riga e camicetta griffata, domanda dove si comprano «queste originali tovagliette americane», riferendosi alle istruzioni stampate in A3 stese sui tavoli da sagra. Titolo: UN PO’ DI SANA SOBRIETÀ? ECCO COME. Fare a meno del superfluo, punto primo. A cominciare dagli occhialoni vintage al crepuscolo dei supergiovani in tenuta post-punk, che stride con il terzetto di confettini celeste-rosa-bianco or ora entrato in scena a passo andante con brio. Una visione. Abito di lino, perle di Fiume e tacco ortopedico, a capo della triade una nonna supporter, venuta a tifare per il nipote e gli amici del nipote che hanno messo in piedi baracca e burattini sostenibile. Un po’ meno per le orecchie vissute delle gentili signore («no xe per noi ‘sta musica dum dum»), e il fischio delle sirene antibombardamento di una guerra mondiale, forse due, ancora lì, inciso nella memory card dei timpani.

Meglio, decisamente meglio lasciarsi cullare dalle cover sanremesi-the best of degli Scordati made in Opicina, alternate all’incrementale esplodere delle percussioni afro-triestine “patoche” Mamaya, e dargli un’accelerata al polso con Mr Forrher 120 battiti al minuto. Se non bastasse, una massiccia dose di DJ set a colpi di tecno firmata Gecky Dice&Self D e per light show il simbolo del riciclaggio e variazioni su tema ad opera di una vera e propria videostreghetta. Sparato in technicolor nel rispetto della biodiversità estetica contro la quinta, impallidita per lo stupore, dello Spazio rosa. Poetica denominazione per una vedetta di cemento e mattoni nella giungla mediterranea del Parco culturale di San Giovanni, meglio noto come ex OPP, Ospedale Psichiatrico Provinciale, manicomio per gli amici. O, per i più acculturati, frenocomio, che un dizionario etimologico inventato su due piedi spiega così: posto (chiuso, possibilmente blindato) dove tenere a freno, con l’aiuto di un muro da prendere a testate all’occorrenza, gli entusiasmi di chi ha il cervello pieno da scoppiare di idee strampalate.

Idee come quella che i diritti umani ossia bisogni fondamentali o l’habitat ecologicamente sano di una persona, non sono categorie del pensiero sloganistico, bensì gli imperativi categorici di una società, di una politica, di un’economia fermamente, cocciutamente tese verso ciò che fa bene. E che perciò non si fermano ad arginare ciò che è il contrario del bene, limitare, contenere, liofilizzare il male allo stretto necessario, ma lo utilizzano, lo plasmano, lo trasformano. Fino a trasfigurargli i connotati, riciclando tossine velenose in endorfine medicamentose.

Che si possa fare, ce lo confermano gli occhi sgranati a 28 mm di Marta, e di tutte le bambine e i bambini, le adulte e gli adulti che sabato grazie a Marco Cavallo ECO_logico hanno potuto circolare e ficcanasare nel laboratorio di EcoSpaceCentro di Ecologia Creativa e di Querciambiente come in un presepe vivente di plastica (e un’impensabile varietà di altro materiale di rigetto), tornata a nuova vita grazie alla pazza idea di chi crede che il mondo non è un’isola di polistirene morente in espansione. Ma il posto giusto per chi usa il proprio talento, l’inventiva, la fantasia, per crearci qualche cosa di nuovo. Di mai visto prima. Con quella pacifica “insubordinazione allo stato puro” che è la curiosità, come ha detto un magnanimo scrittore russo naturalizzato statunitense. Consapevole di non essere solo, e anzi, che l’ambiente che lo circonda, nel quale cresce, si forma, si in-forma ed evolve senza fine, è un sistema di vasi comunicanti. Che risponde nei modi più inattesi, lasciando sulle pareti dello spazio dove prolifica come espulsa dalla terra la monumentale (in termini di energia) ecoinstallazione di Paola Pisani e Giovanni Alberti, la traccia ancora leggibile di un messaggio murale. Non c’è altro ambiente al di fuori della convivialità, dice pressappoco. Lettere slabbrate, reduci di un’altra campagna artistica, scritte in GRANDE, come è il cuore umano quando batte e agisce per un bene supremo.

Un sentito grazie, al termine dei titoli di coda, ai promotori e organizzatori Polisportiva Fuoric’entro A.S.D., Estro-verso e SIE, ai collaboratori Dipartimento di Salute Mentale dell’ASS n°1 Triestina, Querciambiente, EcoSpace, Articolo 32, Associazione Franco Basaglia, Giemme Allestimenti, Disc’o’Clock, Emmemme srl, Gruppo Elica, Nadir Pro, Associazione culturale Mamaya, e - last but not the least - alla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, alla Provincia e al Comune di Trieste e alla Fondazione Casali, che hanno contribuito non badando alle spese. In maniera sostenibile e crisi-compatibile, è sottinteso.

Un grazie speciale, infine, al proprietario dell’auto rossa abbandonata, benché relativamente nuova a giudicare dal “DK” sulla targa, nello spiazzo dove si è tenuto il festival. Esempio concreto di parcheggio non sostenibile, da non emulare.

Kenka Lekovich