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Perche' Marco Cavallo diventa ECO_logico?

Pubblicata il 29/08/2012 12:15
Luogo evento: Trieste - 08/09/2012 18:00 - sabato 08 settembre 2012, 23:05

Viviamo in un mondo in subbuglio, crisi economiche, politiche, diplomatiche, ambientali. Marco Cavallo diventa ECO_logico perché "Io sono me stesso più il mio ambiente; se non lo salvo, non posso salvare me stesso". J. Ortega y Gasset. Buona lettura.

Perché un festival sostenibile sotto il nome di Marco Cavallo?

Perché nell’Oceano Pacifico, poco distante dal paradiso delle Hawaii, sta lievitando un continente di plastica. Cento milioni di tonnellate di rifiuti galleggianti non biodegradabili, estesi su un’area che le stime danno più grande della superficie degli USA, e che si aggregano tra loro grazie a una corrente oceanica dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario.

Perché ovunque, sulla Terra, attigue alle porte delle nostre sicure e accoglienti case, ci sono porte che conducono altri esseri umani a noi prossimi e simili, nell’inferno delle guerre, delle violenze, dei disastri naturali e ambientali, dei manicomi, delle carceri, dei fondamentali bisogni negati, delle violazioni della sacralità della vita e di chi è sacro per il semplice fatto di essere vivo.

Perché crediamo che tutto questo ci riguardi, in prima persona. E che abbiamo il potere di cambiare musica.

Perché possiamo agire seriamente divertendoci.

Nel modo in cui lo dice uno dei massimi musicisti del nostro tempo, il pianista jazz Herbie Hancock.

«[…] Sono da tempo sulla Terra - abbastanza da sapere che la globalizzazione è inevitabile e positiva, se siamo noi a scegliere come deve attuarsi […]. Siamo al principio di una nuova era, al crocevia tra il vecchio modo di pensare (più nazionalista, egoista, più concentrato sull’Io) e uno planetario che riguarda il Noi. Nel cuore di ogni essere umano siamo arrivati al periodo che stavamo aspettando».

Scusi, dove vede i segnali? Dalle maree di petrolio a terremoti e tsunami, dalle inondazioni agli incendi, sembra il contrario. C’è il caos.

«Que-sto-è-il-se-gnale! Il pianeta riflette lo stato dell’umanità. Le cose vanno così male che non abbiamo scelta: dobbiamo cambiare. Siamo noi a far sì che accadano i terremoti, gli tsunami... ».

Addirittura?

«Certo! Noi provochiamo i cambiamenti climatici. È colpa della nostra avidità».

Che fare, ormai? Siamo inermi.

Non dobbiamo solo attendere il cambiamento: dobbiamo promuoverlo. Ed ecco perché ho realizzato questo disco. Il tempo di aspettare che qualcun altro faccia e il tempo per lamentarsi è scaduto: ora dobbiamo essere attivi. E creare il tipo di mondo che vogliamo».

Affascinante, ma utopico.

«Che parola divertente, utopia! È utopia pensare che un problema sparisca? No: è utopia pensare che sparisca senza il nostro impegno. Ci sono un sacco di cose che dobbiamo sviluppare: la compassione, il coraggio, la saggezza. E il senso di responsabilità. Ma la parola che racchiude tutto questo è: umanità. Bisogna essere più umani, più veri».

(tratto da “Io, Budda e la musica globale”, intervista a H. Hancock di M. L. Giovagnini, Io Donna 21-8-2010)