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Emilio Comici ed il Cippo Comici

Emilio Comici, nato a Trieste nel 1901 è il più straordinario talento della storia dell’alpinismo e dell’arrampicata del periodo tra le due guerre.

Nato prima come atleta e poi come speleologo presso l’Associazione Polisportiva “XXX Ottobre”, allora appena fondata, Comici si appassiona di alpinismo nel periodo tra il 1927-28 e inizia ad allenarsi sulle verticali della Val Rosandra in quell’arrampicata che lui stesso definisce un’arte.

Comici apre nuove vie sulle Alpi Giulie e vive la montagna in tutto il suo affascinante pericolo ma con prudenza, cercando continuamente un compagno di cui fidarsi ciecamente, che non troverà mai.
Alcuni compagni di cordata, invidiosi del suo incredibile talento, alimentano critiche e pettegolezzi che non riusciranno mai ad intaccare l’integrità di Comici.

Vie del 5° e 6° grado di difficoltà affrontate spesso in solitaria e con facilità aumentano la sua fama e fanno conoscere non solo le sue ascese, ma anche le sue discese in arrampicata libera e quella simbiosi con la montagna che si può riassumere in una sua cippo comici val rosandrafrase: Nei passaggi difficili io mi abbandono completamente all’impressione di vivere nella roccia, e che la roccia viva in me.”

Dopo aver appassionato migliaia di giovani all’alpinismo e aver trasformato le pareti della Val Rosandra in palestre di roccia, nel 1929, grazie alla geniale intuizione di Emilio Comici viene aperta la prima scuola di alpinismo.

Il 19 ottobre 1940, a Selva di Val Gardena, Comici esce con alcuni amici per una scalata poco impegnativa su una paretina adibita a falesia; non vedendoli arrivare si lega a un cordino e si sporge su un costone di roccia. Il cordino non regge il suo peso e Comici precipita da un’altezza di 40 m finendo il suo ultimo volo su un prato.
Sgomento e dolore si diffondono nel mondo dell’alpinismo sconvolto dalla prematura scomparsa di uno dei suoi più grandi maestri.

Poco tempo dopo la Società Alpina delle Giulie lo ricorderà posando il Cippo sull’orlo estremo del Crinale, affacciato a guardare con affetto quella Val Rosandra che gli fece amare l’arrampicata e dove iniziò una “nuova vita” che lo accompagnò fino alla fine.