working people

La Tergeste romana

Dopo l’arrivo dei romani resta molto difficile e incerto ricostruire con certezza gli eventi che contraddistinsero il primo insediamento romano della città. Alcuni studiosi, infatti, sostengono che Tergeste divenne subito un Municipio di diritto latino, mentre altri affermano che essa rimase un piccolo nucleo senza molta importanza e che il Municipio di questo territorio era Capodistria.

In seguito alle scorrerie dei Giapidi (52 a.C.) che devastarono l’abitato, vennero costruite numerose difese (come per esempio diversi castelli sulle vie principali) e potenziati i centri già esistenti, come Cividale e la stessa Tergeste, per impedire che simili eventi si ripetessero. La città venne riedificata nuovamente divenendo, probabilmente nel 46 a.C., colonia romana. Questa colonia era chiamata Res publica tergestina, ed era organizzata e retta come città libera: a capo della città erano stati posti due duumviri, che presiedevano un consiglio composto da cento decurioni. Questi ultimi venivano eletti ogni anno tra le file delle persone più importanti della città. Oltre ai duumviri, anche ai questori e agli edili erano stati assegnati compiti amministrativi sui beni appartenenti al Comune e in ambiti prestabiliti. La loro principale competenza era di provvedere alle prime necessità della città. Per quanto riguarda i compiti di maggior importanza era necessario l’intervento delle autorità che, a seconda della materia, erano state preposte da Roma.

Successivamente a questa ricostruzione dell’abitato la città veniva a ricoprire una posizione di maggiore importanza, grazie anche all’insediamento di alcune legioni militari e al giungere in città di alcuni mercanti attratti dall’arrivo degli stessi soldati. L’economia doveva essere basata soprattutto sull’agricoltura: di grande rilevanza erano il vino, considerato addirittura terapeutico, e l’olio, anch’esso, pare, di ottima qualità.

La produzione del sale estratto dal mare viene fatta risalire già intorno all’800, interessando quasi tutte le insenature istriane.

Grande importanza aveva la lavorazione della lana, come dimostrato dagli scavi eseguiti nel 1885, nei quali venne alla luce un opificium diviso in sei settori e due vasche (dove si effettuavano le operazioni di follatura), poste dai romani sulla riva del mare nella zona sottostante il monte San Pantaleone, nell’attuale piana di Zaule.

Notevole importanza continuava ad avere il commercio. La città era collegata al sistema viario romano tramite le via Gemina, che lasciando Tergeste verso ovest la collegava ad Aquileia, e la via Flavia, che verso est raggiungeva i più importanti abitati dell’Istria. La via Gemina, uscita dalla città, si inerpicava verso l’altopiano seguendo all’incirca il percorso delle attuali via Udine e strada del Friuli. Ad Avesica si collegava con la strada (di cui si sono scoperti alcuni tratti, nei quali le ruote dei carri hanno scavato solchi profondi nella roccia calcarea), che univa, attraversando l’Isonzo su un ponte nei pressi di Pieris, a ovest Aquileia e a est Tarsatica (Fiume). La via Flavia, invece, usciva dall’abitato da una porta situata a nordest delle mura e probabilmente percorreva una via già aperta nella preistoria, seguendo le attuali via Bramante e via dell’Istria e giungendo a Santa Maria Maddalena Superiore. Pare, però, assai improbabile una simile scelta da parte dei romani, i quali avrebbero usato per uscire dalla città, invece, il versante opposto a via Bramante, perché esposto al sole, come loro abitudine. Qui la strada si biforcava, unendosi da una parte alla strada che dirigeva a Tarsatica e dall’altra, scendendo verso la piana di Zaule, si inoltrava in Istria per raggiungere Pola. Lungo queste strade si svolgeva il commercio di transito diretto verso la Pannonia e l’Illirico. Si trattava di un commercio molto attivo, di cui abbiamo numerose testimonianze, tra cui le belle e preziose anforette di vetro provenienti da Aquileia e diffuse in tutto il Nord e altri ritrovamenti di ambra, sempre proveniente dal territorio del mar Baltico, che veniva poi successivamente lavorata nel territorio dell’alto Adriatico.

Nella ricostruzione successiva all’invasione dei Giapidi, l’abitato romano era stato riedificato nell’attuale sito dove si erge, ai nostri giorni, la città vecchia. La città era di forma triangolare; il triangolo col suo vertice toccava la sommità del colle (dove si trova oggi il castello di San Giusto) e giungeva fino nella zona  dell’attuale piazza della Borsa, da una parte, e via Cavana dall’altra. Certamente non era un abitato di grande importanza, essendo l’area interna di poco meno di sette  ettari. Probabilmente la forma della città ricalcava quella del precedente castelliere, fatto che non costituiva un’eccezione. Nella città si poteva accedere tramite tre diverse porte, una delle quali, oggi nota come Arco di Riccardo, è tuttora esistente. Le mura cittadine ove erano situate le tre porte, comunque, ebbero vita breve. Esse vennero riutilizzate per realizzare edifici costruiti successivamente. La loro presenza fu sfruttata anche al fine di sostenere delle terrazze, realizzando così alcuni spiazzi pianeggianti che permisero alla città di espandersi. Si pensa invece che la porta monumentale “del cardo” (da cui Riccardo) non sia stata demolita col resto delle mura, al fine di lasciare un monumento in onore di Augusto, che ne era stato l’artefice.

I più importanti edifici della città  si trovavano sulla cima della collina, detta colle Capitolino, che era in una posizione di dominio sulla città. Come in tutte le città romane era presente il capitolium, con la fortezza, il tempio e il foro. Nel capitolium o Tempio capitolino, sede del culto di Stato, si svolgevano le più importanti cerimonie religiose. Cinto da mura e torri, pare si componesse di una fortezza per i soldati, da un tempio dedicato a Giove, Giunone e Minerva, e da edifici per i magistrati. La fortezza era posta dove oggi è situato il castello, ma era di dimensioni più limitate.

Il tempio sorgeva nel medesimo luogo dove è posta la basilica di San Giusto, e ne fanno fede i resti situati nella facciata frontale del campanile, nella quale si trovano due grandi nicchie in cui si possono ancora vedere due colonne di pietra su piedistalli; come quelle ce ne dovevano essere delle altre, in diverse file, a formare l’atrio del tempio. La basilica rappresentava il centro della vita pubblica e commerciale fungendo anche da mercato, funzione che le fece derivare il nome di “basilica forense” datole dagli archeologi.

Del foro non si è trovato ancora alcun resto; doveva essere costituito da una piazza, nella quale si svolgeva il mercato vero e proprio, circondata da parecchi edifici, come si suppone in base ai bassorilievi della Colonna Traiana a Roma, nelle scene LXXXVI-VII-VIII. In queste molti studiosi, tra cui il Kandler, sostenevano che vi fosse rappresentata, tra le città conquistate da Traiano, Tergeste. Sullo sfondo di queste scene si riteneva fosse rappresentato il foro, luogo sicuramente di grande importanza, tenendo conto che la città era un luogo di mare dedito al commercio. Si è sempre pensato che fosse posto ai piedi del capitolium, ma può sembrare strano che una città, nella quale la maggior parte delle merci proveniva via mare, avesse posto il foro, cioè il mercato, proprio sulla cima del colle, quando sarebbe stato più logico che si trovasse in prossimità del porto, proprio dove arrivavano le merci. Comunque, che le raffigurazioni della Colonna Traiana afferiscano a Trieste è rimasta una delle tante supposizioni.

Al contrario del foro, il teatro è oggi l’edificio romano meglio conservato; aveva la possibilità di accogliere circa tremila persone e rispettava i canoni del teatro romano classico sia nella posizione che nelle dimensioni. Visibile fino al XVII secolo, coperto poi da costruzioni innalzate utilizzando le sue pietre, fu riportato alla luce negli anni Trenta, ai piedi del pendio occidentale del colle di San Giusto e originariamente a ridosso del mare.

Resti di due case private sono stati ritrovati all’interno della prima cinta muraria, una in via dell’Ospitale, l’altra nel fondo Prandi, il giardino situato tra via San Michele e via della Cattedrale. Dai molti resti archeologici rinvenuti si può dedurre che la città, già nel I secolo, era certamente estesa anche in diverse zone al di fuori delle mura, soprattutto lungo le varie strade che si diramavano dalla città; tra i resti più importanti trovati vi sono numerose necropoli nelle attuali via dell’Istria, via Mazzini e altrove.

Si ritiene che la città fosse fornita d’acqua da due acquedotti, anche se non pare impossibile che ve ne fosse un terzo, proveniente da Montebello. Uno aveva inizio dalle radici del monte Spaccato o da Longeva e, attraversando la valle di San Giovanni, aveva il compito di portare l’acqua sino all’arena; l’altro conduceva alla città da tre zone differenti. Un ramo partiva dalla Val Rosandra, nella quale lunghi tratti dell’opera romana sono ancora visibili. Da questo acquedotto l’acqua pare sboccasse, dopo aver percorso la linea tracciata dall’attuale via Madonna del Mare (nella quale nel 1805, fu rinvenuto la parte di un canale lungo poco meno di 250 metri), in una fontana pubblica situata nella parte più bassa dell’abitato; non si può escludere del tutto che portasse acqua anche in altre zone della città. Un altro proveniva da una sorgente che si trovava sopra San Dorligo, e l’ultimo aveva inizio nell’Antro di Bagnoli. Nella zona di Bagnoli doveva trovarsi il punto di congiunzione dei tre rami dell’acquedotto, che sarebbe stato usato fino al V o VI secolo.

La città era dotata anche di due porti; uno, piuttosto piccolo, era situato a ridosso della città; da questo si svilupperà il mandracchio, nel luogo dove oggi è situata la piazza dell’Unità d’Italia. L’altro, notevolmente più grande, si trovava nell’area dell’attuale Sacchetta.