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La realizzazione del porto franco

Salito al trono d’Austria nel 1711, Carlo VI si occupò subito e attivamente dello sviluppo industriale ed economico dell’Impero, migliorando anche l’attività di scambio con le altre nazioni. Di grande rilevanza, per la realizzazione di questo progetto, era la costruzione di un porto sull’Adriatico che avrebbe rappresentato il punto cardine dell’attività commerciale. Da qui si sarebbero mosse le navi che avrebbero collegato gli Stati assurgici con i possedimenti del mar Baltico, altrimenti irraggiungibili via terra, essendo divisi da territori nemici. L’importanza di realizzare rapidamente questo porto fu maggiormente sottolineata da un trattato commerciale stipulato con i turchi nel 1718 e dalla promessa, da parte dell’Inghilterra ì, di un appoggio per mantenere libero l’Adriatico dal predominio commerciale e militare di Venezia. Le località più adatte  a divenire lo sbocco marittimo dei territori interni erano Aquileia, San Giovanni di Duino, Fiume, Buccari, Portorè e Trieste. Per prime furono scartate San Giovanni di Duino, considerato uno scalo inidoneo, e Portorè, privo della possibilità di sviluppare un porto, un arsenale e una zona emporiale adatti allo sviluppo delle nuove esigenze.

Così, dopo alterne vicende, Carlo VI, nel 1719, decise di scegliere, anche sotto consiglio del principe Eugenio di Savoia e del principe Alfonso di Porcia, due porti da rendere franchi per realizzare l’emporio austriaco: Fiume e Trieste. Nella patente di Carlo VI, con la quale egli costituiva questo nuovo diritto, con il termine “franco” si intendeva fossero esenti da dogana e da gabelle l’entrata e l’uscita dal porto, oltre che i passaggi delle merci da nave a nave, mentre l’obbligo  di dogana era imposto alle merci che entravano in città.

La scelta fu sicuramente legata alla posizione favorevole di Trieste e alla sua vocazione storica al commercio, che nei secoli precedenti era rimasto, seppure con alti e bassi (dovuti, in gran parte, alla vicinanza con la città di Venezia), la maggior entrata economica della città.

Trieste però, all’epoca della creazione del porto franco non costituiva che un piccolo centro di secondaria importanza, avendo avuto alcuni secoli di abbandono alle spalle. Il suo abitato, che doveva aver vissuto dei momenti di grande floridezza sotto i romani, non era poi molto cambiato, se lo paragoniamo al passaggio di tanti secoli. La città manteneva infatti la stessa forma triangolare che possedeva allora, nella zona dove oggi si trova la città vecchia. Dal colle di San Giusto le mura scendevano dirette verso piazza della Borsa imboccando via delle Beccherie e, pochi passi prima di arrivare a via Malcanton, e prendevano obliquamente la direzione di via del Teatro e riuscivano all’estremità della piazza dell’Unità d’Italia. Qui era situato il porto o mandracchio. Dopo aver percorso le vie della Pescheria e dei Fornelli curvavano di novanta gradi imboccando la via del Fortino e proseguivano per via delle Mura e oltrepassando piazza Barbacan, seguivano l’androna degli Orti fino a ricongiungersi con l sommità del colle. A occidente della città il terreno era disposto in gran parte a saline. L’economia doveva essere prettamente agricola.

Contrariamente a quanto era avvenuto nel passato, il commercio vedeva un’epoca di forte declino; solo il traffico del sale rappresentava l’unico genere di scambio ancora di grande importanza. Per queste ragioni, del porto situato dove oggi si trova la Sacchetta, molto sviluppato in epoca romana, non era rimasto che qualche resto, come dimostrano alcuni documenti dell’epoca. Per le poche attività veniva utilizzata solo la “darsena”, coma la definiva Domenico Rossetti, cioè il mandracchio, in pessimo stato di manutenzione. Dall’epoca romana in poi, il grande porto, costruito sull’attuale Sacchetta, era stato abbandonato e lasciato in rovina. L’unico attracco funzionante era il piccolo porticciolo che si trovava adiacente all’abitato.

La stessa piccola darsena, a causa di una cattiva manutenzione, veniva, anche le lentamente, colmata da detriti che si depositavano al suo interno. Così la sua superficie fu ancora ridotta, nonostante, intorno all’anno 1000, fossero stati assestati i due moli che chiudevano il porticciolo. Tra il 1300 e il 1400 viene addirittura quasi colmata del tutto. Solo nel 1620, dopo la guerra di Gradisca tra l’Austria e la Repubblica veneta, venne restaurato il mandracchio e allungato il molo maggiore con un nuovo muro.