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La necessità di nuove strutture

Con la realizzazione del porto franco, si rese necessaria la realizzazione di infrastrutture che fossero adatte a supportare i nuovi bisogni. La costruzione di tali opere rimase sempre strettamente legata all’avvicendamento di periodi alterni collegati a guerre, trattati economici e sconfitte, che alla fine portarono all’impossibilità di agire concretamente per un lungo periodo. In primo luogo si decise, con una patente del 27 maggio 1719, di istituire un organismo che si occupasse delle costruzione delle navi e del commercio con gli altri stati, a cui fu dato il nome di “Compagnia Imperiale e Reale delle Indie”. La prima aveva un capitale sociale di 217.000 fiorini divisi in 6.000 azioni, e vedeva come suo supremo protettore, nonché primo azionista, l’imperatore, e come suo sigillo l’aquila.

Nello stesso anno dell’istituzione del porto franco Carlo VI diede ordine di edificare la sede della sua compagnia di navigazione e un deposito per il legname necessario per la costruzione delle navi. Questi edifici sorsero nella zona subito a ridosso del lato occidentale della darsena, compresa tra le attuali via San Carlo e piazza Tommaseo, realizzati dopo aver colmato le saline che vi si trovavano. L’anno successivo l’imperatore dette l’ordine di costruire, nella zona a oriente della città, un Lazzaretto, che prese da lui il nome di San Carlo. Sempre in questa zona fece edificare dei magazzini e fece effettuare degli interventi per la pulizia della darsena.

La prima nave realizzata – il “Primogenito” - prese il mare nel 1720. La Compagnia si occupava prevalentemente del trasporto verso gli altri porti di materiali quali il ferro, l’acciaio, altri metalli, cera, carne e legnami, importando invece pelli, frutta, lane, seta e droghe.

Nonostante tutte le attenzioni dell’Imperatore la Compagnia incontrò, fin dagli inizi, grandi difficoltà che non permisero, neppure nei primi anni, di trarre alcun reale guadagno. Le cause erano molteplici: un’inadeguata amministrazione, insufficienti misure prese per incentivare l’industria, dazi applicati alle merci, cattive condizioni delle strade e dei porti, non ancora all’altezza delle nuove esigenze, e l’ostilità della vicina Venezia. Addirittura, si verificò un forte attrito con la popolazione della città di Trieste, alla quale l’Imperatore aveva voluto togliere la giurisdizione della Compagnia, concedendo a quest’ultima una totale autonomia. Già dal sorgere dell’attività vi erano stati dei dissidi interni, poiché alcuni volevano che lo scalo principale fosse posto a Fiume e altri a Trieste. Solo per un breve periodo, nel 1726, la Compagnia Orientale trasportò la sua sede a Fiume, ritenuta più comoda per farvi passare l’inverno alle navi e soprattutto per la maggior vicinanza all’Ungheria e alla Croazia, con le quali si voleva commerciale. Molto rapidamente questa idea fu cambiata, lasciando così sede a Trieste, suo luogo originario.

Carlo VI, prima di essere distratto da eventi internazionali che lo distolsero dall’occuparsi personalmente della realizzazione del progetto, nel settembre 1728 venne a Trieste di persona a sincerarsi della situazione. Questo non fu sufficiente neppure a mantenere in vita la Compagnia Orientale, che di lì a qualche anno fu costretta a chiudere la propria attività, fallendo, carica di debiti, nel 1731. Al tentativo di evitare il fallimento non servirono nemmeno le lotterie istituite per rimpinguare le magre casse della società.

Nel 1734 la disfatta del fronte meridionale italiano, con le sconfitte a Guastalla ad opera di Francia e Sardegna e a Bitonto ad opera degli spagnoli, fece sì che Trieste venisse a occupare un posto di grande importanza, dovendo accogliere i soldati e le imbarcazioni che ripiegavano dai luoghi degli scontri. Nella città si allestivano sedi nel tentativo di curare i feriti e riorganizzare l’esercito.

La città venne a ricoprire un posto di grande interesse anche perché, persi i territori meridionali, era rimasta l’unico passaggio obbligatorio per i collegamenti diretti verso la Pianura padana. Iniziò così l’erezione di nuove difese perché quelle usate fino ad allora erano considerate del tutto insufficienti. Oltre alle cannoniere del mandracchio furono realizzate una batteria a fianco delle saline e un’altra sul lato opposto, nell’arsenale.

Vennero decisi altri grandi cambiamenti; tra le realizzazioni più importanti si prevedeva la costruzione di nuova area della città, che rendesse possibile l’edificazione dei magazzini di cui abbisognava il porto, per essere idoneo ad accogliere un rapido sviluppo commerciale. Lo svolgimento di tale compito fu assegnato dall’imperatore all’Intendenza Commerciale. Vennero stabiliti inoltre alcuni accorgimenti quali la realizzazione di una pianta della città e del territorio di Trieste e un censimento – novità nei domini assurgici, nel quale si contarono quasi quattromila persone – per poter avere una esatta conoscenza della reale dimensione economico, sociale e fisica della città.

Interessante si rivela l’analisi parallela delle altre realtà urbane europee. Nello stesso periodo, la necessità di riadattare le città a un nuovo sistema di vita non era sentito solamente a Trieste ma in molti altri paesi, che stavano apportando, o avevano già apportato, grandi modificazioni urbane. Molti fattori erano cambiati, sia nel sistema di vita che, nel sistema economico, condizionando profondamente il modo di progettare e realizzare le nuove aree cittadine.

Da tempo ormai erano incominciati i primi cambiamenti. Alla fine del X secolo, durante la rinascita economica, l’Europa aveva visto un rapidissimo incremento della sua popolazione che nel 1350, era più che raddoppiata; ovunque erano anche aumentati la produzione agricola e il commercio.

Altre cause fondamentali che portarono al cambiamento urbanistico furono la successiva stabilizzazione degli ultimi popoli invasori (come gli ungari, gli arabi e i vichinghi), le molteplici innovazioni agricole e non ultima l’influenza delle città marinare che, sviluppando il commercio internazionale, stimolarono l’economia anche delle altre città.

Così in questo periodo crebbe la massa di artigiani e di commercianti, cioè la classe che costituiva successivamente la borghesia, fino a divenire la maggioranza; le vecchie città fortificate, sorte nell’Alto Medioevo come Trieste, erano troppo piccole per accogliere le infrastrutture divenute necessarie a causa delle nuove esigenze; la forma delle città non aveva mai seguito canoni ma si era sempre adattata liberamente a tutte le circostanze storico-geografiche, creando un sistema urbanistico e viario disordinato. La causa di tali scelte era legata alla necessità di offrire un elevato numero di abitazioni, occupando una zona che fosse il più possibile limitata, per permettere una migliore difesa. Iniziarono così a formarsi, davanti alle porte, altri insediamenti, che presto superarono in dimensione il nucleo originario.

Era ormai stata sorpassata l’antica organizzazione delle corti basata su un’economia autosufficiente, dove il compito primario era la coltivazione di tutti i prodotti agricoli e la produzione degli attrezzi necessari al consumo della città stessa, non essendo più adatta al nuovo sistema. Nasceva invece la necessità di dare alloggio a un numero sempre maggiore di liberi lavoratori, venuti da fuori, costringendo a formare aree cittadine nuove, anche sui terreni ancora da bonificare.

Questa specie di “organismo vivente” continuava a crescere in modo molto veloce, obbligando a erigere nuove cinte murarie sempre più grandi. A causa delle gravi epidemie e del declino dell’attività economica che caratterizzarono però il XIV secolo, gli abitanti non furono più assillati dal problema demografico. Essi avevano ancora notevoli carenze portate avanti dal periodo medioevale.

Ulteriore causa che non permise di ottenere delle effettive trasformazioni delle città furono le signorie (cioè i governi rinascimentali, che avevano preso il posto dei Comuni e delle monarchie nazionali) non sufficientemente stabili dal punto di vista politico né aventi i mezzi per realizzare modificazioni urbane. Gli artisti e gli scrittori, spinti dalla necessità di rinnovamento sia architettonico che spirituale, descrissero e dipinsero, in questo periodo, una città irrealizzabile che, sebbene in linea di massima, rimase semplice teoria, influenzò direttamente le scelte effettuate da progettisti (che avevano il compito di rendere agevoli le vecchie città diventate ormai uno scomodo guscio).

Gli esempi più interessanti di queste città ideali sono le città definite utopiche. Lo spirito che le anima rappresenta il tentativo di miglioramento che ha sempre accompagnato il corso della storia. Esse rappresentano il desiderio di una società inesistente, in cui le incongruenze della società reale sono risolte, e un grande tentativo di realizzare una migliore, cogliendo i problemi per i quali, non essendo ancora le forze sociali mature, si è costretti a prospettare soluzioni obbligatoriamente astratte. L’utopia in tal modo viene a rappresentare un segnale d’allarme e l’avvertimento di una mutazione nella società. Alla base dell’utopia dell’epoca si trovava il razionalismo umanistico. Esso proponeva lo schema di uno stato perfetto in isole lontane e in paesi irreali, non ancora raggiunti dalla rivelazione cristiana, per evitare un rischioso scontro tra la morale e il dogmatismo della Chiesa e il modello disegnato dalla ragione. Non sarebbe giusto però assegnare all’utopia un valore solamente astratto e intellettuale. Infatti essa è influenzata anche da problemi economici, politici e sociali della storia che le è contemporanea. I cambiamenti nella progettazione urbana che si ottennero dalla soluzione di questi problemi furono notevoli. Venne superato l’interesse principale della città medievali (quello di difesa), dal bisogno di immagazzinare merci a causa del forte sviluppo del commercio, dal dare maggior numero di abitazioni alle persone che si concentravano sempre più nelle città, dal permettere i miglior utilizzo del suolo urbano, realizzando insediamenti regolari pensati secondo un preciso ordine, intorno a dei punti centrali dedicati a scopi religiosi. Questi elementi incisero puntualmente anche nella progettazione del Borgo Teresiano di Trieste. L’insieme di tutti questo fattori si riversò in particolar modo nelle prime scelte effettuare, le quali, come la maggior parte delle utopie, non videro che una parziale e confusa realizzazione.