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Una città aperta a tutte le religioni

Le nuove e sempre più numerose attività commerciali causarono l’arrivo in città di molte persone provenienti da territori diversi, rivelando così la necessità di permettere in tempi brevi, a tutti coloro che lo desiderassero, il professare le loro distinte religioni.

Il fenomeno si mostrò in tutta la sua importanza già durante il governo di Maria Teresa, che lo aveva subito preso in considerazione. L’imperatrice aveva intuito Chiesa di Maria Maggiore e San Silvestrol’importanza di questo problema. Infatti, ostacolare o addirittura limitare, in qualsiasi modo, il libero svolgimento dei riti religiosi avrebbe rappresentato un deterrente, per i seguaci di questa o di quella religione, a stabilirsi in città. Questo sarebbe stato assolutamente contrario alla sua politica sempre tesa ad attirare il maggior numero di individui al fine di sviluppare rapidamente i commerci e le industrie che si auspicava ben presto abbondassero in quantità e in qualità. La sovrana si mostrò subito tollerante verso tutti i tipi di culto, autorizzando la costruzione in città di chiese, nelle quali poter sviluppare i vari riti. È da osservare che non si fermò solo a questo, ma a volte aiutò anche economicamente coloro che abbisognavano di fondi per erigere gli edifici, sia con elargizioni che con prestiti.

Questa mentalità così aperta non si interruppe con Giuseppe II e i suoi successori, ma proseguì anche successivamente, così che ai nostri giorni la città risulta ricca di edifici dei più diversi, alcuni dei quali risalgono a epoche precedenti quella qui esaminata. Tra i più famosi sono da annoverare il Duomo cattolico di San Giusto, posta sulla cima del colle omonimo a fianco del castello e la Basilica di San Silvestro, appartenente alla comunità evangelica elvetica unitasi nel 1927 a quella valdese. Accanto alle molte e antiche sinagoghe ebraiche site nel quartiere di Cittchiesa evangelista luterana-augustanaà vecchia e distrutte durante il fascismo, ricordiamo in fine la grande sinagoga di stile orientaleggiante, costruita nel 1912 fu progetto di G. Berlam.

Nel 1750 Maria Teresa autorizzò la costruzione di una chiesa per i greci e i serbi, che risiedevano in città, e concesse loro un sostanzioso prestito per erigerla. L’edificio, dedicato a San Spiridione e alla Santissima Trinità, sarebbe stato eretto nel nuovo Borgo Teresiano che iniziava a sorgere nello stesso torno di tempo. I lavori poterono essere intrapresi l’anno successivo  e terminarono di lì a due anni; la realizzazione di questa chiesa a navata unica fu affidata ai fratelli Bon di Venezia. Nel primo periodo il terreno adiacente alla basilica fu utilizzato per la sepoltura dei fedeli, fino a quando non fu concesso loro uno spazio per realizzare un vero e proprio cimitero. Dopo il 1781, anno nel quale i serbi e i greci si separarono dal punto di vista religioso, furono eretti ai lati della facciata della chiesa due campanili ad opera dei serbi, che rimasero i solo proprietari della Basilica. Come abbiamo visto, uno dei due campanili crollò a causa della cedevolezza del terreno; purtroppo nel 1861, per le stesse cause, si rivelò necessario demolire l’intero edificio.

Nello stesso luogo si costruì pertanto una nuova chiesa, progettata dall’architetto milanese Carlo Maciacchini, che fu terminata nel 1868. lo stile della nuova chiesa si ispira all’architettura bizantina, con impianto a croce greca; tre dei bracci della chiesa sono conclusi da calotte atmosferiche. Nella zona centrale invece fu eretta una grande cupola attorniata da quattro campaniletti, sormontati da altrettante piccole cupole simili a quella centrale. L’interno, anch’esso di ispirazione bizantina, è ricco di mosaici raffiguranti tra gli altri san Spiridione, sant’Anastasio, san MicSinagogahele Arcangelo e la Madonna col Bambino.

La separazione de serbi dai greci fu dettata in particolare dagli scontri tra le due etnie. Queste, sebbene si rifacessero a un’unica religione, erano profondamente divise per lingua e soprattutto per costumi. I greci, in particolare, tesero per tutto il periodo della convivenza a mantenere una supremazia sui serbi facendosi forti in particolar  modo del loro numero più cospicuo. Sorsero così insanabili controversie tra i due gruppi che portarono alla scissione. Quando i greci comunicarono la loro volontà di separarsi, chiesero il rimborso relativo alla parte loro spettante della chiesa di via San Spiridione, che fu lasciata ai serbi.

Nel 1782 i greci ottennero l’autorizzazione a erigere una loro chiesa indipendente. Dopo aver acquistato un terreno a ridosso delle Rive, i lavori ebbero rapidamente inizio e terminarono nel 1789, sebbene le funzioni avessero iniziato a svolgersi un paio d’anni prima.
Questa chiesa venne dedicata alla Santissima Trinità e a San Nicolò. Nel 1818 fu deciso di restaurare l’edificio, che si riteneva non fosse stato degnamente terminato. Il rifacimento dell’opera fu affidato all’architetto Matteo Pertsch; questa volta si scelse per l’edificio uno stile veneto di carattere semplice. La facciata è contornata da due campanili influenzati da una forte impronta barocco-tedesca, molto diversa dalla chiesa di via San Spiridione. Anche gli interni si rivelarono molto differenti dalla precedente costruzione. Il soffittò è ricoperto interamente da una pittura a olio e si può osservare il forte tentativo di voler ampliare lo spazio con giochi prospettici realizzati con balaustre ed elementi classicheggianti.

La ChiChiesa di S. Antonio taumaturgoesa cattolica di Sant’Antonio Taumaturgo, l’unica di rito cattolico nel Borgo Teresiano, si trova nello stesso luogo dove già sorgeva una chiesa cattolica: al termine del Canal Grande; l’edificio primitivo era nato addirittura con una sovrana risoluzione emanata da Maria Teresa nel 1767. la chiesa venne dedicata a Sant’Antonio per le notevoli insistenze dell’omonima confraternita. Risolto il problema economico con l’aiuto dell’Imperatrice, che donò 4.000 fiorini, e di altri contributi, si potè iniziare a celebrare i riti religiosi nel 1771.
L’edificio, a base esagonale, si rifà a uno stile tardo barocco di impronta tedesca. Quattro cappelle cono poste in altrettanti lati della chiesa; in ognuna vi è un altare. Sul soffitto domina un affresco che rappresenta la Gloria di Sant’Antonio.

Le opere furono eseguite su progetto del capomastro Vito Cosmas, con la supervisione del direttore delle fabbriche, l’ing. Massimiliano de Fremaut da Anversa. Dopo solo un decennio ebbe bisogno dei primi sostanziosi interventi. Questi erano causati in particolare dall’ economia dei materiali utilizzati, che avevano rapidamente causato problemi alla struttura. Ben presto l’edificio non bastò più a ospitare tutti i credenti, che dovevano in parte rimanere addirittura all’esterno per seguire le funzioni religiose. Il tutto era coronato da moltissime lamentele sull’aspetto estetico del tempio che venne considerato, così come era, indegno dell’area che per eccellenza, a causa della presenza del Canal Grande, rappresentava il fiore all’occhiello del nuovo Borgo.

Considerato l’insieme di tutti questi elementi, si giunse alla decisione di rimpiazzare la chiesa di stile barocco che, a causa della sua forma, non permetteva nemmeno di essere ampliata.
Venne così costruita una nuova chiesa, progettata da Pietro Nobile con stile completamente diverso da quello precedente. Al posto dell’esagono si trova infatti un parallelogramma. Il progetto, prima di essere realizzato, fu ampiamente rivisitato. La chiesa iniziata nel 1808, a causa della mancanza dei fondi devoluti dal Comune, vide i lavori procedere a rilento. Tra il 1827 e il 1842 venne utilizzata una chiesa provvisoria in piazza della Legna per permettere le funzioni religiose, non essendo ovviamente più agibile la basilica, trasformata in cantiere.

I quattro altari dedicati a Crocifisso, a san Giuseppe, alla Madonna della Salute e a sant’Anna situati nelle vecchia chiesa di sant’Antonio furono trasferiti nelle chiese di Opicina, Barcolla e Servola. L’edificio doveva essere realizzato con un’unica navata con volta a botte di decisa impronta neoclassica. I lavori veri e propri ebbero inizio nel 1828 sotto la direzione di Valentino Valle: la chiesa venne consacrata nell’ottobre 1849. Molti degli ornamenti previsti, a causa dei costi, non vennero mai realizzati. Anche i materiali più costosi dovettero essere sostituiti con altri più economici. Ciò causò tra l’altro la mancanza del bassorilievo che avrebbe dovuto trovarsi nel timpano posto sulle colonne della facciata principale della chiesa. Molte furono le critiche che vennero rivolte anche a quest’opera, che non rispecchiava  più del tutto la volontà del suo ideatore, ma risentiva di un eccessivo appesantimento dovuto alla povertà dei materiali utilizzati.

Con l’autorizzazione concessa ai protestanti giunti dalla Germania da Giuseppe II, che permise di professare la loro religione, sorse anche la chiesa evangelica luterana. Essa ebbe la sua prima sede di culto nella Chiesa della Beata Vergine del Rosario in piazza Vecchia, per poi spostarsi successivamente nella chiesa di stile neogotico posta alle spalle della Posta centrale. La precedente chiesa, acquistata dal Comune, fu trasformata in cappella civica.

Agli evangelici luterani fu concesso un terreno per l’erezione di una nuova chiesa, che fu progettata dall’architetto Zimmermann. I lavori furono iniziati nel 1871 e terminati tre anni dopo. All’origine, prima della costruzione del Liceo Dante ( divenuto poi l’istituto Magistrale Duca d’Aosta) la facciata era posta sull’odierno largo Panfili, che si specchiava direttamente nella via Milano.
Il palazzo era stato edificato con pietra del Carso proveniente dalle cave di Rupingrande. L’entrata centrale della chiesa era sormontata dal un campanile nel quale furono poste delle campane di bronzo donate da Guglielmo I, primo imperatore di Germania, ricavate dalla fusione dei cannoni francesi utilizzati nella battaglia di Sedan contro i Prussiani. Le facciate furono abbellite da una vetrata a colori rappresentante la Trasfigurazione di Gesù e da dieci altre vetrate colorate che danno luce all’interno della chiesa, nelle quali sono stati posti due monumenti funebri realizzati dal Bosa, già nella vecchia chiesa del Rosario. Da una fabbrica di Breslavia giunsero invece l’altare, il pulpito e l’organo, tutti di legno.