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   La dolina Riselce

La dolina “Riselce”, nel territorio del comune di Sgonico, è una delle più spettacolari del Carso triestino: giunti sul fondo ci si trova in una depressione molto ampia con un’imboccatura che supera i 160 m x 160 m e una profondità di quasi 40 m. I fianchi sono molto scoscesi, il fondo a forma di imbuto, non molto ampio, è coperto da detriti di crollo di diverse dimensioni. La parete rocciosa a lato del sentiero supera i 40 m di altezza.

Molto probabilmente la dolina si è formata per il cedimento della volta di una grotta vicina alla superficie: quando ci si trova all’interno della depressione si deve immaginare di essere sul fondo di un’antica galleria scavata da un fiume sotterraneo. Il soffitto, con il procedere della dissoluzione del calcare è diventato troppo sottile e instabile, ed è crollato lasciando allo scoperto la galleria. Sul Carso non sono molto diffuse doline di crollo di queste dimensioni, quindi “Riselce” rappresenta un fenomeno morfologico del tutto particolare.

La dolina si apre nei calcari più carsificabili del Carso: il Membro di Borgo Grotta Gigante. Si tratta di un tipo di calcare molto puro (con un contenuto in carbonato di calcio superiore al 98%) spesso molto ricco di fossili. Se si rompe un pezzo di roccia affiorante, con un pò di fortuna, è possibile vedere conchiglie allungate che assomigliano ad un grande canino: le rudiste. Si tratta di un mollusco bivalve ormai estinto, formato da una valva di forma conica, mentre l’altra – simile ad coperchietto – chiude il cono. Poiché questo animale è vissuto soltanto in un periodo di tempo limitato (da 140 a 60 milioni di anni fa), la sua presenza nelle rocce ci permette di dare un’età, anche se approssimativa, alla roccia in cui si trova. Le rudiste, che in sezione hanno una forma circolare più o meno allungata, sono ben visibili nelle lastre di calcare utilizzate per le scale, le soglie e i muri dei palazzi di Trieste. Chi passeggia per la città, spesso senza saperlo, cammina su questi fossili.

Sulla grande parete di roccia a lato del sentiero si possono osservare alcune specie vegetali adattate a vivere in condizioni di poca luce e abbondante umidità, come ad esempio all’imboccatura delle grotte e degli abissi. Dove la luce arriva più abbondante si trova l’edera (Hedera helix), che riesce a vivere anche con una luminosità pari a 1/200 di quella esterna. Nelle posizioni più buie, aggrappate negli anfratti della roccia crescono le felci, con una luminosità che è in media 1/700 di quella esterna. Una felce particolarmente appariscente per le sue fronde lucenti, a lamina intera, lunghe fino a 60 cm, è la lingua cervina (Asplenium scolopendrium). Se si guarda sulla pagina inferiore delle fronde noterete delle specie di bastoncelli allungati di colore marrone: sono le spore radunate in sori. In questo ambiente è comune anche il Polypodium vulgare, che invece ha le spore radunate in grandi sori gialli; viene chiamato comunemente felce dolce perché il suo rizoma contiene zucchero.